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mercoledì 5 giugno 2013

L’insostenibile prezzo di essere genitori

Questo, lo premetto, è un post che esprime la mia opinione personale. 
Non costringo nessuno a pensarla come me, ma, opera del mio spirito pragmatico, voglio che riflettiate su ciò che sto per dire.

Oggi come oggi, leggiamo, vediamo in tv o sentiamo parlare dal cugino, dalla vicina, dal pescivendolo o da chi per essi di casi di genitori che “non meritano di esserlo”. Cito testuali parole che una volta mi capitò di trovare su Yahoo! Answers.
Padri e madri che si dimenticano i figli in macchina invece che portarli all’asilo, che perdono di vista per una frazione di secondo i propri pargoli, che si lanciano dal terzo piano con la prole stretta al petto, che abbandonano le proprie creature con ancora il cordone ombelicale attaccato. Spesso con drammatiche conseguenze.
Sul web, al bar, sul bus scoppia la rivolta. Eppure raramente sento qualcuno che provi a capire. Davvero.
Da piccola, per un istante di distrazione di mia madre, sono quasi morta affogata. Però non la considero un mostro, né indegna di essere genitore solo per questo motivo: è un essere umano e come tale non avrebbe mai potuto vivere puntandomi gli occhi addosso eternamente, prima o poi si sarebbe distratta. Ha solo “scelto” il momento sbagliato per farlo.
Se le cose fossero andate diversamente, se nessuno si fosse accorto che stavo affogando, probabilmente la mia storia avrebbe fatto il giro dei media nazionali e dei panettieri, in quel lontano 1997 e mia madre sarebbe stata messa alla berlina. Sarebbe stata una donna pessima, una madre snaturata che ha commesso solo un errore: essere così umana da avermi persa di vista per un secondo.
Ma da che mondo è mondo, chiunque abbia a che fare coi bambini sa che queste cose, purtroppo, succedono.
Io non sono un genitore, ma ho una lunga esperienza di contatto coi bambini piccoli, anche perché, per motivazioni culturali della mia famiglia –se vi ricordate, ho già detto di essere mezza straniera- come sorella maggiore sono stata destinata fin dalla più tenera età a madre in seconda, funzione che ho continuato a svolgere con mia sorella per via di varie vicissitudini familiari e che ho in parte ricoperto coi miei cugini. 
Forse questo mi permette, in certi casi, di vedere l’essere umano dietro la figura “mitologica” del genitore, una specie di Superman votato unicamente ai suoi figli, mai distratto, mai stanco, mai spaventato o dubbioso, dotato dalla natura di istinto materno e paterno, di un cervello impostato sul bambinese, di una specie di bussola interna che punta sempre verso il metodo di allevamento dei figli migliore e di mille mani.
L’essere umano dietro al Supergenitore è, invece, una figura spesso piena di dubbi, che non sa se stia facendo la cosa più giusta. È una persona spesso stanca, a volte distratta, tremendamente esasperata dalle attenzioni che i figli richiedono e da ciò che la gente si aspetta da lui o lei. Una persona che ascolta impotente il proprio figlio neonato piangere e che prima di riuscire a calmarlo prova, in ordine, a controllare il pannolino, a dargli il biberon, a massaggiargli il pancino, a dargli delle pacche sulle spalle, a farlo dormire e, soltanto alla fine, si rende contro che il bambino ha solo freddo.
Una persona che sbaglia e che da questi errori impara a fare il genitore.
Ma a volte questi errori sono tanto gravi da non poter più rimediare. Un padre che dimentica il figlioletto in macchina credendo di averlo portato all'asilo può avere per la testa altri tremila pensieri, magari alcuni molto importanti, come problemi in famiglia, di salute, col denaro. L’essere umano non è un robot: troppe cose per la testa di solito di fanno dimenticare un dettaglio. E quel dettaglio è, drammaticamente, il proprio figlio. 
Ciò non significa che quest’uomo sia stato un pessimo padre o che meriti ogni genere d’insulto. La sua pena la sconterà per sempre, riempiendosi la testa di sensi di colpa e di “e se...?”.
Una madre che abbandona il proprio figlio in un ospedale, in una culla termica o davanti ad una chiesa o una casa non è sempre un mostro. 
Avete mai provato a pensare a cosa ci può essere dietro? A chi è questa donna? È giovane o vecchia? Ricca o povera? Lavora e può mantenersi o è disoccupata? Vive coi genitori o sotto un ponte? È sana o invece è malata? È pronta ad essere madre o non lo è? È spaventata? Ha qualcuno che la sostenga o è sola contro il mondo? Questo bambino lo voleva o è arrivato come un fulmine a ciel sereno? Il padre l’ha abbandonata o anche lui ha rinunciato a suo figlio a malincuore? Ma c’è mai stato, un padre? O lui non sa niente? E se invece l’avesse violentata? O se fosse sposato? E se lei fosse straniera? Magari una clandestina? Se avesse già altri figli? Magari figli che non può nutrire? Nessuno pensa mai che questa madre degenere in realtà è una persona. 
L’istinto materno non è innato: arriva piano piano. E a volte è questo istinto a spingere una donna a privarsi del figlio che è stato dentro di lei per mesi, che ha sentito scalciare, su cui ha fantasticato, a cui ha dato un nome o un nomignolo, a cui ha parlato, che ha tenuto in braccio per qualche istante prima di decidere di essere disposta a soffrire per sempre separandosene, piuttosto che vederlo infelice, infreddolito, spaventato o affamato.
E peggio ancora se è malato. Perché se qualcuno abbandona un figlio malato, allora è un mostro. Ma, diciamocelo, chi vuole un bambino malato? Quando pensiamo alle nostre creature, le immaginiamo sempre felici, sorridenti e sane. E un bambino malato, soprattutto in forma grave, è sempre un peso e un costo, oggettivamente parlando. E, soggettivamente, è un calvario di disperazione, speranze infrante, dubbi, paure e di due domande atroci: è colpa mia? Potevo fare qualcosa per evitarlo?
Una via Crucis che non tutti hanno la forza di percorrere. E forse è meglio affidare il proprio bambino malato alle mani di chi saprà prendersene cura prima di essere uno dei tanti, troppi genitori che pone fine alla vita del figlio infermo per la disperazione. 
Forse è meglio ucciderlo nel ventre e piangere mille lacrime, che vedere il proprio bambino piangerne mille volte di più per il dolore, la solitudine e l’abbandono.
E che dire della madre che uccide sé stessa e i propri figli? Un mostro, una terribile novella Medea. Un essere disgustoso pronto a divorare i propri figli. O forse una donna sola? Una donna disperata? Una donna che soffre di depressione post-partum? O che decide di proteggere i propri figli dal dolore e la sofferenza con la morte?
I genitori sono persone, non macchine. Dietro quest’etichetta c’è un carosello di emozioni, sentimenti, dubbi, paure e riflessioni che spesso ci dimentichiamo, ma che sono e saranno sempre sotto i nostri occhi.
Forse, prima di giudicare una persona come madre o come padre –ossia come robot-, dovremmo giudicarla come essere umano e ricordare che, dentro di noi, vive un mare in tempesta che, a volte, ci porta alla tragedia.
Ovviamente, mi sento in dovere di specificare visto che scopro giorno dopo giorno l’incapacità di molte di leggere e capire, io non sto parlando di casi in cui i genitori uccidono deliberatamente i figli perché piangono troppo, ridono troppo, perché quel giorno girava loro così, perché vogliono fare un torto al compagno o alla compagna o perché li lasciano in macchina per ore per andare a divertirsi al bar, al ristorante, in discoteca o dagli amici o per andare a fare shopping. 
Questi sono discorsi che non intendo assolutamente affrontare in maniera così generica, ma che, nella maggior parte senza ombra di dubbio, sono da considerare crimini della peggior specie.






4 commenti:

  1. Mi hai tolto le parole di bocca. Io e mia madre spesso ci ritroviamo a discutere di quest'argomento e sono certa che, se leggesse anche lei il tuo post, sarebbe d'accordissimo. Per di più, vivo in un paesino dove hanno appeso sui balconi di tutte le case (tranne la mia, ovviamente) striscioni su cui c'erano scritte le peggio cose contro i pro-aborto, figuriamoci cosa mai potrebbero pensare di una situazione del genere. E, ovviamente, i programmi televisivi nazionali non fanno altro che contribuire a diffondere l'ipocrisia e la stupidità su temi importanti come questo, senza capire che, come appunto hai scritto tu, dietro a quel padre che vivrà col senso di colpa per sempre c'è una PERSONA, una persona stressata, piena di pensieri, che paradossalmente finisce per dimenticare la cosa a cui tiene di più. Non c'è nulla da giudicare, c'è solo da comprendere. Ma no, tutti questi ipocriti dalle menti piccole sono genitori perfetti e, indignati, si arrogano il diritto di giudicare un altro essere umano come loro da un piedistallo. Ecco, io a questi darei loro calci in culo fino a farli cadere dal piedistallo. Con la faccia a terra.

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    1. Purtroppo abbattere i piedistalli è difficile... ma due ceffoni ben piazzati ci stanno sempre.

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    2. Interessantissimo post, lo condivido in ogni suo aspetto. Tra l'altro, pochi giorni fa parlavo con una mia amica del fatto che la gente sia "completamente impazzita" (reagendo sproporzionatamente a qualsiasi "torto" subìto: il discorso era partito da un infermiere, nell'ospedale della mia città, picchiato per aver fatto notare a una persona di aver sbagliato bagno) e per forza di cose il discorso è capitato su quella madre che non molto tempo fa ha gettato i figli dal balcone. Ecco, sia io che la mia amica concordiamo sul fatto che chi compie un gesto del genere probabilmente soffre di un qualche disagio e quello che più ci sconvolge, oltre al gesto in sé, è il fatto che magari qualcuno se ne fosse accorto e non abbia fatto nulla al riguardo, oppure, cosa ancora più triste, qualcuno (un familiare, un amico, un collega) sia stato così superficiale da non accorgersene affatto. Poi, a cose fatte, son tutti buoni a tacciare come "mostro" una persona del genere. Senza nemmeno fermarsi a pensare quali potessero essere i problemi che questo "mostro" portava dentro di sé.

      L'ultima parte del post è, a questo proposito, illuminante: i genitori non sono macchine, e in questo caso non si tratta certo di giustificare, come giustamente ricordi, chi i figli li uccide deliberatamente.

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    3. Appunto, il problema, nel caso che citi tu, è che questa donna probabilmente aveva davvero dei problemi. Però, apparentemente, i disagi della madri sono estremamente sottovalutati e si arriva a questo.

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